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Hidetoshi Nakata, il samurai che, passato da Perugia, e diventato eterno come i Re di Roma, ha chiuso col calcio prima di trasformarsi in Rōnin.

Un samurai migliora giorno dopo giorno, l’addestramento non finisce mai, perché ciò che si è fatto oggi, domani non conterà più, e sarà parte di un ricordo. Non sbiadito, ma ripiegato, da custodire, attraverso il quale crescere spiritualmente per arricchirsi e diventare ancora più coraggioso. Hidetoshi Nakata,
l’ultimo samurai, sa bene che per migliorarsi, per diventare un grande calciatore, deve misurarsi col campionato italiano. Solo quando avrà affrontato Maldini, Ferrara, Nesta, Thuram e Cannavaro, il suo valore si rivelerà. La stagione è quella 1998/99, dopo il mondiale di Francia, e Perugia è la destinazione scelta, Luciano Gaucci il “daimyō” incontrato nella città umbra. Nakata non è solo bravo nelle arti marziali o in quelle della scrittura, se la cava benissimo anche coi piedi. In una piacevole giornata di settembre, se ne accorgono anche Tudor e Iuliano, letteralmente beffati dal prodigio nipponico. Una doppietta che non servirà ad evitare al Perugia la sconfitta contro i campioni d’Italia, ma che metterà in luce le qualità del samurai, adesso riconoscibile non soltanto per il vivace colore dei capelli. Il mito di Nakata cresce domenica dopo domenica, partita dopo partita, rete dopo rete. Spettacolare quella realizzata al Piacenza in collaborazione con Milan Rapajc, un altro mostro sacro, che, fintando il tiro violento su punizione, alza il pallone per il compagno. Il samurai vola, è abile e leggero, e trafigge il malcapitato portiere avversario con una meravigliosa rovesciata. Cresce Nakata, aumenta il suo coraggio, si arricchisce il suo spirito. Le reti realizzate nel corso della prima stagione perugina saranno dieci. La seconda si aprirà con l’addio di “zio” Vuja Boskov e l’arrivo del “sor” Carletto Mazzone. Dopo quindici partite e due gol, un po’ come capita con l’alternarsi delle stagioni, quando l’inverno svanisce sostituito dal profumo dei fiori di primavera appena sbocciati, Nakata comprende che è giunto il tempo di salutare Perugia. Per sempre. Un samurai che coltiva se stesso non può ritenersi completo, sarebbe come voltare le spalle alla Via. E la Via conduce a Roma, alla città eterna, definita da Giotto “città degli echi, delle illusioni, del desiderio”. Mai definizione fu più indovinata. Echi, come quelli continui delle radio romane, capaci di generare una pressione talvolta insostenibile, illusioni, le tante vissute dalla “Magica” nella sua storia, e desiderio, come quello del popolo giallorosso di tornare a vincere un campionato. È da troppo tempo che il tricolore manca, l’ultimo lo ha vinto Falcão, l’ottavo Re di Roma. Nella città dei Re, dei Principi, dei Papi, c’è spazio anche per un samurai? La risposta arriva in una notte di maggio del 2001. La Roma, prima in classifica, è sotto di due reti contro la Juventus al “Delle Alpi”. I bianconeri sono i concorrenti diretti per la vittoria finale. Quando manca mezz’ora alla fine dell’incontro, “Don” Fabio Capello, uno che ha vinto dappertutto e che vuole vincere anche a Roma, richiama in panchina Totti, il figlio di Roma, il nuovo Cesare, e getta nella mischia Nakata. Un azzardo, una decisione che lascia tutti stupiti. Ma “Don” Fabio conosce bene Nakata e sa che è proprio nelle situazioni di sventura che un samurai non si scompone, ma si rallegra e va avanti, con coraggio, con altruismo, e con determinazione. E Nakata, il samurai passato da Perugia, in una notte di maggio, diventa parte della storia di Roma, di quella giallorossa. Un bolide da fuori area riapre la partita, ed un altro, non trattenuto da Van der Sar, permette a Montella di siglare il definitivo 2-2. È finita, la Juventus è in ginocchio, Roma, la città dei Re, dei Principi, dei Papi, è ai piedi di un samurai. Ottaviano Augusto aveva trovato una città di mattoni e l’aveva restituita di marmo, Nakata trova una Roma incompleta e la restituisce vincente, scudettata, campione d’Italia. Lascia la Capitale e se ne va al Parma, poi Bologna, Fiorentina, quindi in Inghilterra, al Bolton. Chiude la carriera nel 2006, prima che lo scorrere del tempo lo trasformi in Rōnin, in un samurai decaduto. Appende le scarpette al chiodo nel pieno della maturità, rinfodera la katana nel pieno delle forze. È un calcio che cambia e, per certi aspetti gli piace meno. Un detto dei samurai del clan Takeda recita testualmente: “Veloce come il vento, tranquillo come una foresta, aggressivo come il fuoco, ed inamovibile come una montagna”. Ecco, questo è stato Nakata, il samurai che si è seduto al tavolo con i sette Re di Roma, vincendo dopo il grande Falcão, e diventando eterno. Il samurai che ama l’arte, il vino, il sakè e che dovunque andrà, porterà sempre la “sua” Perugia nel cuore.
Raffaele Garinella-TifoGrifo.com

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